Democratica

11 ott 2017

Della Redazione Di Democratica

n. 47 Mercoledì 11 ottobre 2017
“Il voto segreto sottrae i deputati alla assunzione di responsabilità di fronte agli elettori per quanto hanno sostenuto nell’esercizio del loro mandato” (Aldo Moro)
Collegi,non click
“L’EDITORIALE
La grande paura a Cinque Stelle
Andrea Romano
DDietro il fuoco di artiglieria del Movimento Cinque Stelle contro il Rosatellum c’è solo e soltanto la paura dei collegi elettorali. Tutto il resto è fumo.
A PAGINA 2
Legge elettorale Oggi i primi voti di fiducia a Montecitorio contro le trappole del voto segreto. Si torna allo spirito del Mattarellum
ALLE PAGINE 2-3

L’INTERVISTA
Achille Occhetto: “La sinistra non vince asfaltando il Pd”
Parla il fondatore del Pds: “Odiano Renzi ma la sinistra radicale non può sfasciare il centrosinistra. Tanto più in una situazione nella quale la destra e i populisti avanzano in Europa”
A PAGINA 4

#10ANNIPD
Il Pd è l’Ulivo dei nostri giorni
Salvatore Vassallo
NNel 2017 il PD compie dieci anni. Ma molti dimenticano che era stato concepito un anno prima, nell’ottobre del 2016, durante il Convegno di Orvieto, convocato da Romano Prodi (in quanto leader dell’Ulivo), insieme a Piero Fassino (Ds) e Francesco Rutelli (Dl) con il titolo “Per il Partito Democratico”. A testimonianza inequivocabile del fatto che, seguendo le intenzioni espresse da quegli stessi protagonisti, il PD non è una creatura alternativa all’Ulivo, ma la sua deliberata trasformazione in un partito. Si dava quasi per scontato che il progetto politico-culturale sottostante fosse già scritto nei valori che avevano tenuto insieme per i dieci anni precedenti l’elettorato di centrosinistra e il popolo delle primarie intorno alla candidatura unitaria di Romano Prodi. Quindi i dibattiti più accesi hanno riguardato la forma organizzativa e le modalità della democrazia interna, che avrebbero avuto anche una più immediata ricaduta pratica su “come misurare il peso di ciascuna componente”. La proposta che avanzai nella relazione che fui invitato a tenere ad Orvieto, di un partito aperto ad una base larga di aderenti attraverso le primarie, plurale, con leadership forti e contendibili, trovò Prodi e gli ulivisti entusiasti, D’Alema ed ex-Dc come De Mita o Marini irritati e contrari. Poi, nel corso del 2007, di fronte ai numeri terribili delle elezioni provinciali che segnalavano un calo drammatico di consensi, divenne evidente la necessità di una innovazione profonda e anche i suoi storici antagonisti dovettero chiamare in causa Veltroni, a cui credo vadano riconosciute tre scelte, fondamentali anche per gli anni a venire. SEGUE A PAGINA 6
SPAGNA
Il braccio di ferro continua. Tocca a Madrid
A PAGINA 5
PENSIERI E PAROLE
Il digitale vivrà nei quartieri. Parla Cepernich
A PAGINA 7
2 LeggeElettorale
Tutti i NO
di destra e M5S
2
6 maggio 2015 Il Parlamento

approva l’Italicum
1
4 Dicembre 2013

3
4 Dicembre 2016 Fallita la Riforma

La Corte

Costituzionale,

Costituzionale

Camera e

stabilisce

Senato hanno

l’incostituzionalità del Porcellum

leggi elettorali completamente

differenti
La grande paura a Cinque Stelle
Andrea Romano CONDIVIDI SU
FFacciamo a capirci, come si dice a Roma. Dietro il fuoco di artiglieria del Movimento Cinque Stelle contro il Rosatellum c’è solo e soltanto la paura dei collegi elettorali. E dunque il timore di dover competere con gli altri partiti per il consenso reale dei cittadini, senza la rete di protezione del sistema di censure, epurazioni e “buffonarie” gestito dall’azienda privata della famiglia Casaleggio. Se le preferenze (finalmente cancellate dalla nuova legge elettorale) permetterebbero all’aristocrazia grillina di far fuori chiunque non rispetti l’ortodossia M5S, essendo di fatto una resa dei conti interna ai partiti, il sistema dei collegi costringe tutte le forze politiche a cercare e conquistare i voti dei cittadini nel mondo reale. Laddove contano le cose fatte e quelle che si possono fare, i cambiamenti concreti e le soluzioni possibili nell’interesse delle persone in carne e ossa. Non la retorica di chi fa a gara per urlare più forte finendo prima o poi per incontrare qualcuno che ti sfila il megafono e te lo rovescia in testa, com’è accaduto ieri al povero Di Battista. La prova di forza grillina nasce solo dal timore che la truffa del populismo non regga alla prova di un popolo che pensa e sceglie. Tutto il resto è fumo, nocivo e rumoroso. A partire dalle parole d’ordine lanciate da chi non ha alcuna credibilità nel presentarsi come difensore della democrazia repubblicana. Quei politici M5S che oggi gridano al “fascistellum”, oltre a mostrare il solito disprezzo per la storia di una nazione che il fascismo lo ha conosciuto e patito sulla propria pelle viva, sono gli stessi che nel corso degli anni hanno ricoperto di insulti tutte le istituzioni democratiche: dal Parlamento descritto come un’accolita di rubagalline, al Governo rappresentato come emanazione di fantomatici “poteri forti”, al Quirinale raffigurato come dimora di golpisti, etc. Nessun luogo della nostra repubblica si è salvato dalla furia di un partito nato e cresciuto proprio sul discredito verso la democrazia rappresentativa, mentre al proprio interno fa valere solo le disposizioni di una piccola azienda a conduzione familiare in totale spregio di ogni basilare norma democratica. Quel partito, oggi, si atteggia a difensore della stessa democrazia repubblicana che vorrebbe seppellire sotto la marea del fanatismo populista. E che tristezza assistere allo spettacolo della nuova-vecchia sinistra di Bersani e D’Alema che si accoda in posizione subalterna ai Cinque Stelle, in un nuovo episodio di regressione culturale e politica di quello che un tempo fu parte del gruppo dirigente di una grande forza popolare. Ma la verità, come sempre, è più semplice della cattiva propaganda. E ci dice che il vertice grillino, dovunque sia finito tra le contorsioni di un Beppe Grillo sempre più stanco e il vistoso calo nei sondaggi prodotto dall’“effetto Di Maio”, ha perso la testa di fronte ad una legge elettorale che finalmente restituisce ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari e lo toglie alle oscure alchimie del blog.
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mercoledì 11 ottobre 2017
5
25 Gennaio 2017
4
La Corte
18 dicembre 2016
costituzionale
Durante l’Assemblea
modifica l’Italicum.
del Partito Mattarella chiede
democratico al Parlamento
Matteo Renzi di lavorare per
propone di tornare avere un sistema
al Mattarellum. omogeneo.
I Cinque Stelle
6
e la destra
30 maggio 2017
non accettano.
C’è l’accordo tra Pd, M5S, Fi e Lega sul cosiddetto Tedeschellum. Un sistema proporzionale con sbarraneto al 5%.
11 ottobre 2017
7 Ma i grillini lo
Inizia l’iter
affossano con
parlamentare del
il voto segreto.
Rosatellum-bis

Così alla Camera circa 65COLLEGI PLURINOMINALI
In ogni collegio plurinominaleIn ogni collegio plurinominaleIn ogni collegio plurinominaleciascun partito presentaciascun partito presentaciascun partito presentaun listino bloccato di candidati un listino bloccato di candidatiun listino bloccato di candidati
Sono eletti in proporzione ai votiottenuti dai partiti delle coalizioniche hanno superato il 10%dei voti e dai partiti oltre il 3%,la cui coalizione non sia arrivata al 10%. Rispetto al testo basele pluricandidature salgono da 3 a 5.
I resti sono recuperati a livellodi circoscrizione
COLLEGI UNINOMINALI
In ogni collegio ciascunaSeggi dacoalizione di partiti (oattibuire: un partito che corre da solo)presenta 1 candidato/a 386
232
386
con il proporzionale 12
nelle con
231
Circoscrizioni il maggioritario
Estere
4 CIRCOSCRIZIONI
1
ESTERE
d’Aosta in Valle
Europa; Nord-America;
Sud-America;
Camera
Africa-Asia-Oceania
630

Totale eletti all’estero con metodo proporzionale: 12
Ciascun elettore dispone di un solo votoXxxxxx Xxxxxx Xxxxxx XxxxxxSe segna un partito, il voto va ancheCANDIDATO UNINOMINALE Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx al candidato uninominale della coalizione;se barra solo il candidato uninominale
Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx
il voto viene distribuito proporzionalmenteXxxxxx Xxxxxxalle liste che lo sostengono.
Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx
CANDIDATO UNINOMINALE
Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx
Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx Xxxxxx
Così al Senato
206
con il proporzionale
109
6
con
nelleil maggioritario
Circoscrizioni Estere
Senato 315
Sbarramento Partiti 3% Coalizioni10%
QUOTA DI GENERE Nei collegi uninominali e plurinominalinessuno dei due generi può essererappresentato da più del 60% dei candidati
“La questione di fiducia è necessaria perché i 120 emendamenti a scrutinio segreto, presentati per provocare l’incidente in Aula e far cadere la legge, avrebbero messo a rischio l’approvazione della legge. E non ci possiamo più permettere un altro passaggio a vuoto. Ne va della credibilità del Parlamento e della politica.” GIUSEPPE LAURICELLA “
La fiducia sulla legge elettorale,
Giachetti: “Lasciateli cantare!”
il precedente di De Gasperi
Il famoso precedente in cui è stata posta
la fiducia su una legge elettorale è quello
del 1953 quando Alcide De Gasperi, primo Presidente del Consiglio italiano e padre fondatore della Repubblica, chiese il voto di
fiducia per varare in tempi brevi una nuova legge elettorale che potesse dare stabilità politica al Paese.
In questa legislatura la fiducia è stata
spesso utilizzata per varare legge importanti
e urgenti: dall’abolizione di Equitalia fino
al Jobs Act, dalla legge sulle Unioni Civili
a quella della Riforma della Pubblica
Amministrazione, dal decreto Sbloccaitalia a
quello sulla Competività.

Di Battista sbaglia piazza
e si becca i fischi
Ieri Alessandro Di Battista ha fatto un grosso errore di valutazione. Esce dalla Camera e a piazza Montecitorio Di Battista trova una
piccola folla urlante ed evidentemente si convince che quelle
persone non possono che essere lì per lui. Con orgoglio è salito sulla balaustra persuaso che le persone in piazza fossero tutti sostenitori pentastellati. Ma non era così. La folla, piuttosto variegata, era unita da un’unica idea: protestare contro i parlamentari “abusivi”. Anche
contro i Cinquestelle, senza nessuna distinzione di partito.
Chi ha paura dei collegi uninominali? Di Maio, ad esempio
Più che la democrazia poterono i calcoli. Quelli sui collegi che, conti alla mano, non convengono ai Cinquestelle. Per questo hanno cambiato idea sul del Tedeschellum (che pure avevano inizialmente
sostenuto) e per questo ora si scagliano contro il Rosatellum bis.
Tra i più attivi contestatori c’è ovviamente il candidato premier dei
cinquestelle, Luigi Di Maio, e c’è da capirlo: nel 2010 si candidò come
consigliere comunale a Pomigliano, ma ottenne solo 59 preferenze e non venne eletto.
E intanto in Sicilia…
Focus
Intervista a Achille Occhetto
“Odiano Renzi ma la sinistra non vince asfaltando
il Pd”

Mario Lavia CONDIVIDI SU

“I“Il problema è politico, non personale”. Con eleganza, Achille Occhetto schiva la domanda sul “D’Alema serial killer”, frase da lui pronunciata l’altro giorno
scherzando con i cronisti a Montecitorio.
Sul contrasto fra i due sono corsi fiumi d’in
chiostro. Il fondatore del Pd non ci torna su,
probabilmente è inutile insistervi. Parlando
con Democratica non scherza affatto: è dav
vero preoccupato che questa aria da “resa
dei conti” avveleni il centrosinistra nel suo
complesso, “un disastro” – lo definisce – per
di più dinanzi a una destra che in Europa sta
rimontando paurosamente.
Occhetto, i giornali parlano di un nuovo
psicodramma della sinistra. Tuttavia si
sta parlando di una discussione fra forze
tutto sommato abbastanza piccole… Non
è che c’è molta enfasi giornalistica?
I mass media enfatizzano tutto, nel polverone è difficile capire cos’è importante e cosa no. E tuttavia di fronte a questi eventi in me emerge una profondissima preoccupazione per le sorti della sinistra. Non ci si può dimenticare che ogni volta che la sinistra si è divisa questo ha favorito la destra: qui c’è una parte della sinistra che scuote furiosamente l’albero del renzismo senza capire che i frutti vanno a finire nel giardino del centrodestra. Per questo io dico che per prima cosa si devono dare tutti una calmata.
Come si può descrivere lo scontro che c’è alla sinistra del Pd?
Da molto tempo ci sono due sinistre. Una sinistra moderata, che magari lascia anche a desiderare per esempio sulle politiche sociali; e una sinistra radicale, che ha un solo scopo: far perdere la sinistra moderata. Ovviamente questa situazione è disastrosa. Vedo che c’è l’ossessione di Renzi come c’era l’ossessione di Berlusconi, senza che si
ragioni, che si avanzi un programma, una prospettiva.
Così come ci fu l’ossessione di Occhetto, o di Prodi, magari le persone “ossessionate” sono le stesse…
Lì si volevano colpire due prospettive di rinnovamento, ci fu una volontà distruttiva che bagnò le ali della svolta e segò i rami dell’Ulivo. Come vede, gli errori vengono da lontano.
Oggi cosa bisognerebbe fare?
Io dico da tempo che occorrerebbe una vera Costituente della sinistra e ripartire dalle fondamenta. Invece si è seguita prima una scorciatoia con la fusione a freddo e oggi se ne segue un’altra con questa “scissione a freddo”, che poi è una resa dei conti fra apparati. Io non ero d’accordo con la fusione a freddo che fece nascere il Pd – e qui Renzi non c’entra niente, non c’era – ma il fatto che oggi si sia arrivati a questa scissione a freddo conferma la giustezza di quell’analisi.
Occhetto, appunto, lei è sempre stato critico del Pd. Vede qualche novità nell’ultima fase? Una maggiore apertura?
Qualcosa di nuovo la vedo, certo. Oggi è necessaria una pausa di riflessione da parte di tutti, anche di Renzi. Lui deve aprire ma non a questo o quel personaggio, io penso che il Pd si deve aprire alla società italiana senza inseguire schemi politologici come quello della “corsa al centro”. Occorre mettere su una fitta rete con pezzi importanti della società e poi una rete di alleanze politiche rivolgendosi contemporaneamente ripeto: contemporaneamente – ai moderati democratici e alla sinistra. Devo dire che negli ultimi tempi c’è uno sforzo di Renzi per ricostruire il centrosinistra e per dare risposte a questi nodi strategici. E però purtroppo gli hanno risposto picche…
Mdp vuole un Pd più di sinistra.
Ma la giusta aspirazione a spostare a sinistra l’asse politico del Pd non si può confon
dere con l’odio per Renzi! La sinistra non può pensare di trionfare asfaltando il Pd o eliminando il suo segretario: questa notte dei lunghi coltelli, questo richiamo della foresta rischia di essere il vero problema della sinistra.
E su Pisapia che dice?
Pisapia ha il problema di spostare a sinistra l’asse del Pd senza far perdere il centrosinistra nel suo insieme. Non è facile. Ma apprezzo il suo tentativo.
Il serial killer D’Alema, infine, Occhetto.
Il problema è politico, non personale. È che la sinistra non ha ancora capito che deve affrontare il tema della sua collocazione nella società in una situazione nella quale c’è l’avanzata della destra del populismo. La sinistra deve capire che deve essere una diga forte contro la destra invece di regolare i conti al suo interno. Invece questo modo di fare è da irresponsabili.
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Focus
Dopo la scelta attendista di Puigdemont la tensione non si placa
E adesso Rajoy sfida Barcellona

Agnese Rapicetta
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AAlla fine il discorso è stato pronunciato. Dopo rinvii e polemiche il governatore catalano, Carles Puigdemont, davanti al Parlamento riunito in seduta plenaria, ha dichiarato che la Catalogna è uno stato indipendente. Ma ha anche deciso di “sospendere questo processo per avviare il dialogo con lo stato centrale, perché in questo momento serve a ridurre la tensione”. Ma ora Mariano Rajoy chiede che sia fatta chiarezza: “Dica se ha dichiarato l’indipewndenza o no”. Ieri il governatore, in un discorso molto duro, ha spiegato che la decisione non è frutto di una volontà personale ma “il risultato del referendum del 1 ottobre scorso” che ha visto “più di 2 milioni di persone uscire da casa e andare a votare, anche se non sappiamo quante non sono riuscite a votare” per via delle violenze messe in atto dalla polizia spagnola. Su quei giorni Puigdemont è categorico: “L’orrore per le immagini di violenze alle urne rimarrà negli occhi di tutti, le hanno viste in tutto il mondo”.
La Catalogna, ha contestato, “è stata umiliata” quando ha tentato di modificare il suo statuto “rispettando la Costituzione” per questo, ha detto “come presidente della Generalitat, assumo il mandato perché la Catalogna si converta in una Repubblica indipendente”. Allo stesso tempo, però, ha riconosciuto la necessità di “avviare un periodo di dialogo con lo Stato spagnolo, con responsabilità e rispetto”.
Una decisione che è stata interpretata da alcuni come un gesto di distensione. Ma non tutti sono d’accordo: nello Psoe, per esempio, la dichiarazione “sospesa” ha generato incertezza. Su un punto, però, non si ci sono dubbi: “Non ci sarà alcuna possibilità di “dialogo” senza un ritorno alla legalità”.
Riconoscere l’esito di un referendum illegittimo non può essere accettato, quindi, come un segno positivo. E in pochi credono ad un dialogo costruttivo e risolutivo. L’atteggiamento del Cup, il partito di estrema sinistra, indipendentista e marxista, che sostiene insieme a Junts pel Sí (la coalizione indipendentista) il governo catalano, non fa ben sperare. Dopo la seduta plenaria, infatti, i rappresentanti della sinistra hanno deciso che non avrebbero firmato un documento, che non ha alcun valore legale, che sanciva la sospensione della indipendenza perché ritenuto troppo morbido.
Tutte le strade sono al vaglio del Consiglio dei ministri straordinario che deve far fronte a quella che è considerata la sfida degli indipendentisti. Il primo ministro spagnolo si è incontrato nella notte con il leader del partito socialista Pedro Sanchez e con il capo dei centristi di Ciudadanos Albert Rivera per analizzare la possibile attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, che permetterebbe al governo di Rajoy di sospendere l’autonomia della Catalogna, ossia riportare le sue istituzioni sotto il controllo dell’esecutivo centrale di Madrid, sciogliendo il parlamento e convocando elezioni anticipate.
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#10annipd
Dieci anni
Il Partito democratico in continuità con l’Ulivo

1
Salvatore Vassallo CONDIVIDI SU
Segue dalla Prima

Una chiara opzione a favore del modello di partito aperto, plurale, a vocazione maggioritaria che volle fosse messo in sicurezza nello Statuto, anche contro le resistenze di alcuni suoi grandi elettori. 2) L’esposizione limpida di un riformismo radicale ma non ideologico, europeista, egualitario e liberale inaugurata con il
discorso del Lingotto. 3) Il mezzo miracolo fatto nel dare il necessario slancio emotivo al progetto, creando intorno al PD aspettative positive e un risultato elettorale straordinario nel 2008, mai più raggiunto in numeri assoluti.
Sappiamo come fu ripagato, da chi doveva a tutti i costi riprendersi la ditta e ora, da quando ne ha perso di nuovo il controllo, spara a zero sul Pd come se fosse il peggior male della politica italiana.
Insomma, al contrario di una vulgata molto popolare, il Pd è nato sano, con un buon codice genetico, per una fortuita combinazione di circostanze, verificatasi tra il 2006
potere di veto mettersi in moto per abbattere la riforma costituzionale, vista come una innovazione che avrebbe potuto stabilizzare il risultato politico delle europee del 2014.
Non sono d’accordo con chi sostiene che, quindi, a questo punto il PD dovrebbe cambiare completamente strategia (non si sa bene peraltro in che senso). Io penso che dovrebbe adattarla, su tre piani.
Primo, riguardo alla ricerca del consenso. Deve imparare a costruire coalizioni, non solo tra partiti e pezzi di ceto politico, ma tra segmenti attivi della società italiana, proponendosi come «un utile baricentro», più che come un attore dominante.
Secondo, riguardo alla sua forma organizzativa. Può serenamente archiviare i dibattiti fasulli sul partito liquido, solido e gassoso. Ormai pochi contestano l’importanza delle primarie, mentre lo statuto ha retto alla prova di ben due alternanze interne. Ha sicuramente bisogno di manutenzione, ma non è in discussione il suo impianto. Semmai, bisognerebbe dare un ruolo diverso alle strutture nazionali responsabili per l’organizzazione e sostenere con adeguati incentivi un nuovo tipo di segretari provinciali, per rendere le une e gli altri meno preoccupa
ti di curare gli interessi di una corrente o carriere
Roma – 14 ottobre – ore 10:30
e il 2008, ma in un momento doppiamente sfavore-Teatro Eliseo via nazionale
individuali future, più impegnati ad ammodernare 2007-201710ANNIPD
l’infrastruttura comune.
vole: si veniva da due anni di un governo di centrosinistra massacrato dalle divisioni interne che rendevano le elezioni del 2008 perse in partenza; solo un anno dopo la rabbia populista che già stava covando alimentata dal giornalismo tradizionale verrà moltiplicata dalla Grande Recessione e dai social media manipolati dai nuovi agitatori telematici. A quelli che sostengono la tesi contraria, certamente
Terzo, più importante di tutto, il Pd deve trovare formule più efficaci, comportamenti, posizioni su singoli temi, personalità e parole più eloquenti, per esprimere i valori di fondo che guidano la sua iniziativa politica, invece di sciorinare minuziosi elenchi di cose fatte o da fare. Deve dire senza incertezze che la più alta misura dell’etica pubblica consiste nel contrastare ogni visione unilaterale
walter veltroni
più diffusa, che il Pd sia nato storto, bisognerebbe
del mondo che alimenta pregiudizi per prendere
paolo gentiloni
chiedere che fine avrebbero fatto la politica italia-
voti. Deve offrire una visione nettamente alter-
matteo renzi
na e i dieci partitini del centro-sinistra l’uno contro l’altro armati di fronte a questa ondata!
Invece, al contrario di molti altri partiti aderenti al PSE, il Pd ha tenuto testa alla marea populista. Renzi, con i suoi modi, era riuscito addirittura a portare il progetto originario molto vicino alla sua realizzazione. Con la sua biografia ha dimostrato che il PD non è la somma di vecchie classi politiche ma un partito nuovo, di centrosinistra, del XXI secolo. Con il modo in cui ne ha ottenuto la guida, ha dimostrato che il PD è un partito la cui la leadership è resa realmente contendibile dalle primarie. Con la forza innovativa dei mille giorni ha fatto capire perché negli altri Paesi europei è normale che il leader del maggior partito sia anche capo del governo. Con i numeri delle Europee del 2014 ha fatto intuire che la vocazione maggioritaria non è una chimera. Ma proprio da quel momento in poi sono cominciati i problemi e quindi da lì bisogna ripartire, per ragionare sui prossimi dieci anni, se non ci si vuole solo rassicurare con grandi scenari e visioni di lungo termine. Da un lato Renzi ha sopravvalutato la sua popolarità e commesso errori che ha in parte riconosciuto. Dall’altro, è stato impressionante vedere tutti i corpi della società e della politica italiana toccati in un loro qualche
nativa al populismo dilagante di chi urla, agita
posizioni estreme, sfrutta il malessere e le nuove forme di credulità popolare, alimenta una mentalità cospirazionista e antiscientifica, di chi ha sempre un capro espiatorio su cui scaricare il biasimo (le élite corrotte, gli immigrati) e ricette tanto facili quanto illusorie da proporre. L’unica strada per un partito come il PD, la sua missione e la principale battaglia culturale dei prossimi anni sarà dimostrare, soprattutto ai giovani, che solo la passione, la ragionevolezza, la competenza dei riformisti sono davvero rivoluzionarie, possono rendere la vita delle nostre comunità migliore. E che per migliorare il mondo intorno a noi serve la fatica di contemperare coppie di princìpi che altri vorrebbero contrapporre, come sicurezza e diritti, bisogni e merito, sviluppo e ambiente, sovranità nazionale e sovranità europea, apertura e identità.
Per articolare questo pensiero basta anche meno di una conferenza programmatica, perché presumo che in astratto, tra i democratici, sia già largamente condiviso. Per dargli una forma politica credibile una conferenza programmatica non basta.
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SU DEMOCRATICA.COM
Pensieri e parole
Chi
è
Cristopher Cepernich, sociologo, insegna al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, dove dirige l’Osservatorio sulla Comunicazione Politica e Pubblica. Svolge attività di ricerca e didattica nel campo della sociologia dei media e della comunicazione politico-elettorale ed è
caporedattore della rivista scientifica
“Comunicazione Politica”.
Il futuro delle campagne digitali? Tornare nei quartieri
La fiducia si ricostruisce rimettendo al centro le persone e le loro relazioni

Carla Attianese CONDIVIDI SU
Intervista con Cristopher Cepernich

ÈÈstato ripetuto fino quasi a diventare un mantra: la politica, e la comunicazione che se ne fa, dovranno sempre di più misurarsi con un nuovo scenario dove a farla da padrone sono i social
network e, più in generale, il mondo del di
gitale.
Ma l’affollarsi di pagine e gruppi sulla rete
davvero significa che dovremo fare i conti
con una agorà sempre più virtuale dove car
ne, ossa e gambe contano sempre meno?
Ne parla con Democratica Cristopher Ce-
pernich, sociologo e docente dell’Università
di Torino, autore del volume di recente usci
ta edito da Laterza Le campagne elettorali al
tempo della networked politics.
A leggere il suo libro si direbbe che a
salvare la politica potrebbe essere il
ritorno a qualcosa di antico.
Il punto è proprio questo. Il digitale ha se
gnato un ritorno alla comunicazione di
prossimità e di relazione, lo vediamo tutti i
giorni sui nostri profili Facebook. A partire
da questo assunto abbiamo ragionato sullo
sviluppo delle campagne elettorali digitali,
che sono cosa diversa dalle campagne onli
ne, per intenderci quelle basate su sponso
rizzazioni e targetizzazioni.
Occuparsi di comunicazione digitale signi
fica rimettere al centro il soggetto e le sue
relazioni. Mettere al centro la rete in quan
to tale non funziona più, la storia ci insegna
che il web svolge ormai un ruolo organiz
zativo. Si pensi alle campagne di Obama: la
rete è stata uno straordinario strumento di
organizzazione che ha contribuito, poi, a far
uscire le persone di casa.
In Italia si è fatto qualche tentativo,
anche da parte dello stesso Pd.
Si è fatto qualche esperimento ma senza portarne a termine le conclusioni. Quello che occorre è un colpo d’ala. Il ritorno del soggetto significa portare i cittadini a uscire di casa, e di questo c’è ancora abbastanza paura.
È un timore che si può spiegare con certi eccessi della protesta populista?
È di certo l’effetto del populismo imperante, ma chi fa politica davvero di questo non dovrebbe avere troppa paura. Se si va in giro la sventagliata populista va messa in conto, ma quello che abbiamo visto con la nostra ricerca è che c’è anche grande disponibilità da parte di tanti che aspettano solo di essere organizzati.
Dunque il community organizing digitale come nuova forma di mobilitazione?
È uno degli strumenti, inteso come attivazione del soggetto nel proprio territorio. Il futuro delle campagna digitali è il microcosmo, in altre parole il quartiere. E’ lì che si incontrano e si coinvolgono i cittadini. L’approccio dei politici negli ultimi anni è stato ai temi, invece nella declinazione del microcosmo di ciascuno di noi il tema diventa pratica, concretezza.
Ci faccia qualche esempio.
Lo abbiamo visto a Torino: mentre il tema declinato in tv era ad esempio il lavoro, per strada con i volontari c’erano riferimenti al quotidiano, dall’erba non curata allo spacciatore all’angolo. Nelle campagne digitali non si può più separare la comunicazione dall’azione politica.
In pratica vanno messe in cantina le ‘promesse elettorali’…
Sì, perchè oggi c’è poca fiducia nell’attore politico. La reintermediazione del messaggio politico avviene dai cittadini verso altri cittadini e sempre meno dai media, come dimostrano gli share dei talk show. Il tema è come declinare la campagna digitale in termini di azione, perchè è lì che si ristabilisce la fiducia.
Ci parli brevemente dell’esperienza di Torino.
Abbiamo proposto un modello di organizzazione dei volontari basato sul porta a porta, coinvolgendo più di 400 persone in condizioni obiettivamemte difficili. Nelle sezioni elettorali dove il porta a porta è stato più spinto la partecipazione al voto è stata maggiore di quasi 9 punti rispetto alla media cittadina.
Sta dicendo che il porta a porta può essere una risposta al problema dell’astensionismo?
La sfida strategica è proprio questa, ri-mobilitare chi è rimasto a casa. Un’impostazione basata su prossimità e micronarrazione può innescare questo processo. Se si praticasse questa modalità con maggiore continuità, invece di accenderla o spegnerla a seconda delle scadenze elettorali, forse si produrrebbero più risultati.
E i leader, in questo contesto?
Una forte leadership, un leader emozionale, sono e restano un forte fattore di ingaggio e di mobilitazione individuale.
Ma non era Grillo il ‘campione’ della mobilitazione digitale?
Ormai è vero l’opposto. C’è un grosso equivoco, e cioè che quelle dei Cinque stelle siano campagne digitali avanzate. In realtà Grillo è in una grossa fase di involuzione. Nei meet up degli inizi c’era l’idea di prossimità, ma ormai la tendenza è a chiudersi e mettersi al di fuori del contesto reale, accentrando le decisioni e costruendo una specie di ‘cyber society’.
Chiudiamo con un consiglio al Pd.
Il consiglio è di riagganciare la comunicazione al microcosmo di ciascun elettore. Sì a una efficace presenza sui media, ma poi serve intercettare le micronarrazioni nei territori e nei microcosmi individuali.
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2017-10-11
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